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Varici /varici/ Tue, 22 Dec 2020 14:41:42 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=475 L'articolo Varici proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Varici

Le varici degli arti inferiori sono espressione di insufficienza venosa a diversi livelli. Questa patologia ha origine da un deficit della pompa venosa con incremento delle pressioni nel distretto venoso, nella cui genesi sono coinvolti sia fattori costituzionali che fattori acquisiti, nonché gli stili di vita individuali.
. La manifestazione più diffusa e paradigmatica è rappresentata dalle varici degli arti inferiori, troppo spesso considerate solo un problema di carattere estetico, ma in realtà epifenomeno di un processo patologico ben più complesso e con possibili conseguenze gravi ed invalidanti.

 

Nell’ambito della debolezza costituzionale delle pareti venose, i distretti in cui si manifestano in maniera più significativa e più di frequente i segni clinici dell’insufficienza venosa sono quelli che, per le loro intrinseche peculiarità, sono maggiormente esposti agli incrementi della pressione venosa: le vene degli arti inferiori (per comprensibili fattori dovuti alla forza di gravità), con sviluppo delle varici e delle loro complicanze, le vene del plesso emorroidario con sviluppo delle emorroidi (per l’incremento delle pressioni venose durante la defecazione, specialmente in caso di stipsi), le vene genitali (con sviluppo di varicocele, scrotale nell’uomo e pelvico nella donna). Nella clinica corrente assume particolare rilievo clinico l’insufficienza venosa degli arti inferiori, con lo sviluppo, oltre alla sintomatologia tipica, anche di varici degli arti inferiori e delle loro complicanze.

 

Cause

I fattori a maggior incidenza sull’ evolutività dell’insufficienza venosa degli arti inferiori, sullo sviluppo delle vene varicose e delle loro complicanze sono rappresentati da:

  • Eccesso ponderale
  • Sedentarietà
  • Prolungato ortostatismo statico (lavori che prevedono molte ore fermi in piedi)
  • Esposizione prolungate al calore
  • Squilibri ormonali
  • Gravidanza
  • Alterazioni posturali

Esiti di traumi degli arti inferiori, con patologia osteoarticolare determinante alterazione della pompa muscolo-plantare e consequenziale compromissione del ritorno venoso dagli arti inferiori.

Oltre all’insufficienza venosa primitiva più sopra esposta, giova comunque ricordare l’esistenza di forme di insufficienza venosa secondaria a patologie trombotiche ad evoluzione verso un’ipertensione venosa distrettuale con sviluppo di sindrome post-trombotica. Negli arti inferiori sono presenti sinteticamente due tipologie di distretti venosi:

  1. Il sistema venoso profondo (il più importante, in quanto drena l’80-90% del sangue refluo dall’arto inferiore), compreso nelle fasce muscolari e non visibile dall’esterno.
  2. Il sistema venoso superficiale, sottocutaneo, che esercita una funzione di compenso in caso di ostruzione (trombosi) del sistema venoso profondo, costituito da una rete di vene che confluiscono in collettori che aggettano nel sistema venoso profondo a diversi livelli (tramite gli assi safenici interni, gli assi safenici esterni e le vene perforanti). Tale sistema, superficiale e visibile sulla superficie cutanea, è il distretto che va incontro a degenerazione varicosa il sistema delle vene perforanti, che collega a più livelli il sistema venoso superficiale con il sistema venoso profondo.

Sia le vene del sistema venoso profondo che le vene del sistema venoso superficiale sono provviste di sistemi valvolari che tendono ad impedire il reflusso del sangue venoso (che normalmente avviene dal basso verso l’alto, e pertanto in condizioni antigravitarie) verso il basso. Quando, per insufficienza dei meccanismi propulsivi oppure a causa di ostacolato o rallentato deflusso da trombosi od incontinenza valvolare, si verifica un incremento delle pressioni nei distretti superficiali e/o profondi, si parla di insufficienza venosa (superficiale e/o profonda a seconda dei distretti interessati).

 

Sintomi

I sintomi tipici dell’insufficienza venosa degli arti inferiori sono caratterizzati principalmente da:

  • edemi degli arti inferiori (gambe gonfie);
  • sensazione di gambe stanche e pesanti;
  • flebodinia ortostatica (dolenzia e sensazione di fastidio nella posizione eretta statica e prolungata);
  • parestesie (alterazione della sensibilità, generalmente con sensazione di calore diffuso o localizzato);
  • irrequietezza degli arti durante il riposo a letto (la cosiddetta “sindrome delle gambe senza riposo”);
  • varici tronculari e varici intradermiche (i cosiddetti “capillari”);
  • discromie cutanee (pigmentazioni diffuse o localizzate a livello delle caviglie e/o del piede);
  • ulcere cutanee.

Diagnosi

La diagnostica dell’insufficienza venosa degli arti inferiori in ambito specialistico inizia da una accurata anamnesi sulle patologie concomitanti e sulle abitudini di vita del paziente, unitamente ad un accurato esame clinico per valutare la presenza, le caratteristiche e l’entità dell’edema, se presente, nonché la presenza, l’entità, la distribuzione delle varici e delle teleangectasie (i cosiddetti “capillari”); andranno valutati anche i polsi arteriosi periferici (per escludere significative patologie ostruttive arteriose concomitanti) ed eventuali discromie od ulcere cutanee.

Ausilio strumentale fondamentale, che non può mai mancare nel corso di una visita specialistica flebologica, è rappresentato dall’ecocolordoppler, strumento che consente di valutare sia le caratteristiche anatomiche dei principali assi venosi, superficiali e profondi, con studio delle pareti e delle strutture valvolari, che le caratteristiche del flusso venoso al loro interno, consentendo di evidenziare rallentamenti, interruzioni ed inversioni di flusso.

Ad integrazione dell’ecocolordoppler può trovare utile applicazione anche la fotopletismografia venosa a luce riflessa, esame diagnostico di semplice e rapida esecuzione che fornisce informazioni aggiuntive rispetto all’ecocolordoppler, specialmente nel merito della funzionalità del sistema venoso, consentendo di determinare l’efficienza dello svuotamento venoso in fase dinamica ed i tempi di riempimento venoso post-esercizio. Solo in casi particolari e selezionati trovano utilità altre indagini diagnostiche di livello superiore, quali angioTAC, RMN, fleboscintigrafia, ecc.

 

Rischi

L’insufficienza venosa degli arti inferiori rappresenta una patologia troppo spesso sottovalutata e/o considerata un problema di interesse unicamente estetico. In realtà tale condizione, se non adeguatamente trattata, espone ad una serie di complicanze, anche gravi e potenzialmente fatali. Nello specifico le complicanze previste sono rappresentate da:

  • Varici tronculari e/o intradermiche (i cosiddetti “capillari”)
  • Rapida evolutività del quadro clinico
  • Trombosi venose superficiali e profonde
  • Embolie polmonari
  • Distrofie e discromie cutanee
  • Ulcere cutanee su base flebostatica, con carattere recidivante

Cure e Trattamenti

L’insufficienza venosa, costituendo una patologia cronica, degenerativa ed evolutiva, necessita di trattamento per tutta la durata della vita, a partire dalla modifica delle più semplici abitudini di vita.

Nel merito dei trattamenti non invasivi assumono particolare rilevanza:

  • Utilizzo di calze elastiche, prescritte dallo specialista flebologo in base alle caratteristiche della patologia.
  • Controllo del peso corporeo con utilizzo di diete specifiche su prescrizione dello specialista in nutrizione clinica regolare.
  • Attività fisica di tipo aerobico (privilegiare nuoto, cammino, nordik walking, corsa, bicicletta).
  • Evitare posizioni erette prolungate, specie se fermi.
  • Evitare esposizioni prolungate a temperature elevate ed al sole.
  • Assumere farmaci flebotropi, antitrombotici e/o integratori dietro prescrizione medica specialistica.
  • Evitare l’assunzione di contraccettivi orali ed estroprogestinici.
  • Correggere eventuali alterazioni dell’appoggio plantare per ottimizzare il ritorno venoso dal piede.

Nel merito dei trattamenti invasivi, essi devono mirare alla riduzione delle pressioni nel circolo venoso; in questo ambito, lungi dal considerare la malattia varicosa unicamente un problema estetico, particolare rilievo assume il trattamento delle varici; per antonomasia, si intende infatti per varice un vaso venoso ectasico e tortuoso, che ha perso la sua funzione propulsiva, con consequenziale incremento delle pressioni venose distrettuali e del rischio di complicanze tromboemboliche. Il trattamento delle varici sia con metodo tradizionale che con utilizzo di apparecchiatura laser.

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Strabismo /strabismo/ Tue, 22 Dec 2020 14:36:38 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=454 L'articolo Strabismo proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Strabismo

Che cos’è lo strabismo?
Lo strabismo (deviazione degli occhi) non è una banale anomalia estetica, ma nella grande maggioranza dei casi testimonia un disordine più o meno grave della vista.
Dal 2 al 3% dei bambini presentano uno strabismo, che può essere congenito oppure apparire durante l’infanzia. Qualunque sia l’età della comparsa di una deviazione oculare nel bambino, un esame oculistico deve essere effettuato in breve tempo.
In due casi su tre allo strabismo si accompagna un calo dell’acutezza visiva dell’occhio deviato (ambliopia) che a volte è molto serio. Diventa irrecuperabile se il trattamento medico arriva troppo tardi; al contrario un trattamento precoce, spesso l’occlusione dell’occhio buono, può prevenire la sua comparsa o correggerlo almeno parzialmente.
La collaborazione stretta dei genitori è fondamentale per far accettare al bambino i trattamenti prescritti, soprattutto per l’applicazione permanente della correzione ottica, dell’occlusione o degli occhiali per la rieducazione visiva.

Come si corregge lo strabismo?

Un intervento chirurgico può essere necessario a seconda del tipo di strabismo. La chirurgia dello strabismo rappresenta una tappa nel percorso che mira al recupero della funzione visiva unitamente alla scomparsa o alla riduzione di una deviazione che persiste nonostante trattamenti medici assidui.
L’intervento si pratica in anestesia generale, con un tipo di ricovero adatto al suo bambino e consiste nell’agire sui muscoli dell’occhio, in modo da metter gli occhi il più possibile in asse.
Possono essere necessarie diverse operazioni per arrivare a un risultato funzionale ed estetico soddisfacente. La chirurgia si indirizza a uno o più muscoli di un occhio o dei due occhi in funzione dei lati dell’esame clinico pre-operatorio e delle constatazioni emerse durante l’operazione. Ecco perché, durante l’intervento, l’oculista può essere portato a modificare il protocollo chirurgico, soprattutto quando interviene su un occhio già operato.
Nei giorni che seguono l’intervento gli occhi sono rossi. Possono presentarsi un disturbo visivo passeggero, lacrimazione, bruciore, prurito e a volte mal di testa. Tutti questi segni spariscono solitamente con un trattamento locale (gocce o pomata). La cicatrizzazione completa della congiuntiva richiede più giorni.

Quali sono le complicazioni dell’intervento di correzione dello strabismo?

Le complicazioni della chirurgia dello strabismo sono rare. In alcune persone può aversi una diplopia (visione doppia) in modo passeggero. Spesso questo disturbo scompare spontaneamente, ma talvolta può richiedere un trattamento complementare, anche chirurgico.
La rottura di un muscolo anormale o la perforazione della parete dell’occhio molto sottile sono le complicazioni eccezionali e imprevedibili legate alle condizioni anatomiche anormali che possono rendere necessario un trattamento chirurgico complementare.
La perdita funzionale dell’occhio è rarissima a causa di infezioni o infiammazioni, emorragie o occlusioni vascolari.
A titolo eccezionale e in modo imprevedibile, e soltanto nei pazienti geneticamente predisposti, un’anestesia generale può indurre un’iperemia maligna, che necessita una rianimazione e un trattamento specifico.

Lo strabismo nell’adulto

Uno strabismo nell’adulto è spesso uno strabismo infantile trascurato o una recidiva tardiva favorita da cause diverse quali: abbandoni della correzione ottica, comparsa della presbiopia, particolari condizioni di affaticamento visivo.
Uno strabismo nell’adulto può anche tradurre una paralisi acquisita dei muscoli oculari. In certe situazioni l’uso della tossina botulinica può avere un interesse che le sarà esposto dal suo oculista.
L’intervento chirurgico può essere necessario per corregger la deviazione oculare. Obbedisce alle stesse regole applicate al bambino.
In alcuni casi si può applicare l’operazione in anestesia locale.
La presenza di diplopia è più frequente rispetto al bambino e può rendere necessario un trattamento complementare se persiste.

Quali sono i vantaggi dell’intervento di correzione dello strabismo?

Nessun chirurgo oftalmico può garantire una riuscita totale dell’operazione. Un riallineamento corretto dei due occhi viene ottenuto nella maggioranza dei casi dopo uno o più interventi. Tuttavia la posizione degli occhi si modifica nei mesi o negli anni seguenti, soprattutto nel bambino. Per questo sono necessari dei controlli regolari anche dopo molti anni dall’interventi chirurgico. Il ripristino di una vista binoculare normale è possibile solo quando questa vista binocolare era già preesistente. Anche in questo caso non si può affermare prima dell’intervento che questo risultato sarà ottenuto.
Nella maggioranza dei casi, l’intervento chirurgico nello strabismo non elimina l’applicazione ulteriore di occhiali correttivi al fine di assicurare la miglior vista possibile.
Anche dopo un trattamento medico-chirurgico perfettamente eseguito, dei controlli alla vista sono indispensabili fino all’età adulta poiché la recidiva e la persistenza dei disturbi visivi dello strabismo sono possibili.

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Innesto di cellule staminali /infiltrazioni/ Tue, 22 Dec 2020 14:33:06 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=446 L'articolo Innesto di cellule staminali proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Innesto di cellule staminali

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Tunnel Carpale /tunnel-carpale/ Tue, 22 Dec 2020 14:32:06 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=441 L'articolo Tunnel Carpale proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Tunnel Carpale

Il tunnel carpale è un passaggio stretto e rigido costituito dal legamento e dalle ossa alla base della mano.
Al suo interno passa il nervo mediano e i tendini. A volte l’ingrossamento dei tendini o altre condizioni che creano gonfiore restringono il tunnel e fanno sì che il nervo mediano risulti compresso.
La conseguenza è il dolore e una sensazione di debolezza o intorpidimento alla mano e al polso, che si irradiano verso il braccio. Sebbene gli stati dolorosi possano indicare altre patologie, la sindrome del tunnel carpale è la più conosciuta e famosa delle neuropatie, ovvero delle patologie in cui i nervi periferici del corpo umano vengono compressi o subiscono traumi.

LE CAUSE

La compressione e/o irritazione del nervo mediano all’interno del tunnel carpale, che sta all’origine della Sindrome del Tunnel Carpale (STC), può essere dovuta a molteplici cause, che richiedono un’accurata diagnosi clinica e strumentale:

  • ispessimento del legamento trasverso del carpo;
  • infiammazione, con edema, dei tendini e delle guaine tendinee dei muscoli flessori (tenosinoviti); questa è spesso dovuta a un uso eccessivo della mano in attività lavorative manuali ripetitive, come nel caso di dattilografi, pianisti, lavoratori al computer, operai che utilizzano martelli pneumatici o altri strumenti con vibrazioni sul palmo, ecc.;
  • patologie sistemiche con interessamento dei nervi periferici o formazione di edemi periferici:
  • diabete mellito;
  • insufficienza renale e conseguente ritenzione di liquidi nei tessuti del corpo;
  • ipotiroidismo;
  • esiti di fratture al polso o al carpo, con deformità osteoarticolare residua;
  • neoformazioni entro il tunnel carpale come lipomi, fibrolipomi e cisti articolari;
  • predisposizione ereditaria alla sindrome;
  • fattori ormonali (a rischio di STC sono soprattutto le donne, in particolare se in gravidanza o in età perimenopausale, probabilmente per un aumentato rapporto progesterone/estrogeni che influenza la ritenzione idrica).

 

SINTOMI

I sintomi di solito si manifestano con gradualità, con frequenti bruciori, formicolio o sensazioni di addormentamento misto a prurito al palmo della mano e alle dita, specialmente al pollice, all’indice e al medio soprattutto durante la notte.
Quando i sintomi peggiorano è possibile avvertire un fastidioso formicolio durante il giorno, il dolore si irradia anche nell’avambraccio e si ha una perdita di sensibilità alle dita e una perdita di forza della mano.

 

DIAGNOSI

Quando il paziente riferisce formicolio e/o dolore, spesso irradiato all’avambraccio, prevalentemente notturno o mattutino, la diagnosi di Sindrome del Tunnel Carpale è ritenuta la più probabile.
Tuttavia è importante far effettuare l’esame obiettivo neurologico e l’esame  elettromiografico/ elettroneurografico (EMG/ENG)
L’esame obiettivo neurologico valuta la forza, i riflessi osteotendinei, la sensibilità e può avvalersi di test clinici. I più conosciuti sono il test di Tinel e di Phalen. Nel primo si percuote con il martellino da riflessi sopra il tunnel carpale, il paziente dovrebbe avvertire una scossa nel territorio di innervazione del nervo mediano; nel secondo si posizionano i palmi delle mani uno davanti all’altro, polsi e gomiti flessi a 90° e si mantiene la posizione per qualche minuto, i pazienti dovrebbero avvertire l’insorgenza di formicolii o il peggioramento di questi. Comunque i test possono dar luogo molto frequentemente a risposte false negative o false positive e pertanto sarebbe meglio non fidarsi troppo del risultato ottenuto.
E’ quindi consigliabile effettuare sempre un esame EMG/ENG.L’esame ENG elettroneurografico viene eseguito con elettrodi di superficie e piccole scosse elettriche e permette di valutare la velocità sensitiva, la velocità motoria, la latenza e l’ampiezza delle risposte sensitive e motorie del nervo, sollecitate dalla scossa elettrica.Tuttavia per valutare adeguatamente la gravità della sindrome e per escludere compromissioni nervose a differenti livelli (ad esempio compressione cervicale) è necessario il completamento con esame EMG, eseguito utilizzando piccoli aghi che registrano l’attività muscolare.

 

CURA E TERAPIA

Le cure per la sindrome del tunnel carpale dovrebbero iniziare il prima possibile, sotto la supervisione di un medico. Esse prevedono l’utilizzo di farmaci e nei casi più gravi il trattamento chirurgico.
Le cause scatenanti, come il diabete o l’artrite, dovrebbero essere curate per prime. La cura iniziale di solito comporta la riduzione dell’attività della mano e del polso ammalato per almeno due settimane: occorre evitare tutte le attività che potrebbero peggiorare i sintomi e immobilizzare il polso, con un tutore opportuno, per evitare ulteriori danni che potrebbero essere scatenati da torsioni o flessioni inopportune. Se la zona è infiammata, l’applicazione di impacchi ghiacciati può contribuire a ridurre il gonfiore.
I farmaci antinfiammatori non steroidei, come ad esempio l’aspirina, l’ibuprofene (Moment, Nurofen, Antalgil, Buscofen, …) e altri analgesici senza obbligo di ricetta, possono alleviare i sintomi presenti da poco tempo o causati da un’attività molto intensa.
I diuretici somministrati per via orale possono diminuire il gonfiore.
I corticosteroidi (cortisone), con la lidocaina (un anestetico locale), può essere iniettato direttamente nel polso oppure assunto per via orale per ridurre la compressione del nervo mediano e dare sollievo immediato e temporaneo alle persone che accusano sintomi intermittenti o di lieve entità.

 

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Artroscopia /artroscopia/ Tue, 22 Dec 2020 14:31:22 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=437 L'articolo Artroscopia proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Artroscopia

Cos’è la chirurgia artroscopica?

La chirurgia artroscopica è quella procedura che consente di operare all’interno delle articolazioni senza aprire le stesse (al contrario di quanto avviene con le metodiche classiche). I chirurghi hanno la possibilità d’ispezionare e visionare direttamente l’interno delle articolazioni mediante l’uso di particolari microscopi, di piccole dimensioni (gli artroscopi), grazie ai quali capacità diagnostiche e accuratezza sono enormemente amplificate. Inoltre è possibile catturare le immagini delle articolazioni e dei gesti chirurgici effettuati attraverso sistemi di registrazione fotografica e video collegati ai sistemi di lenti miniaturizzate degli artroscopi. Sono quindi possibili, oggi, varie procedure chirurgiche effettuabili direttamente all’interno delle articolazioni che in precedenza erano possibili solo mediante ampia apertura chirurgica delle articolazioni della spalla (oppure di anca, ginocchio, gomito, polso o caviglia). In alcuni casi l’artroscopia può essere anche utilizzata come procedura diagnostica per localizzare l’esatta area di patologia, seguita da una procedura chirurgica classica per via aperta che corregge la patologia.

 

Qual è l’ospedalizzazione richiesta?

Secondo le possibilità organizzative della struttura ospedaliera, l’ospedalizzazione del paziente può avvenire  la mattina stessa dell’intervento chirurgico.
Al ricovero seguono gli esami di routine (elettrocardiogramma, esami ematochimici, radiografie, …) che di solito precedono un esame chirurgico. Il tipo di anestesia, sia essa generale o loco regionale, sarà discussa con l’anestesista in questa fase. L’intervento è effettuato in una sala chirurgica standard, normalmente attrezzata e con personale infermieristico e anestesiologico presente.
L’intervento dura da 45 minuti a un’ora e mezzo circa, in base alla patologia da affrontare. Immediatamente dopo il completamento dell’intervento, il chirurgo medica le ferite con una morbida medicazione compressiva piatta. Dopo l’intervento segue un periodo di osservazione in una sala adiacente alla sala operatoria dove sono tenuti sotto controllo i segni vitali. Molti pazienti sono dimessi il giorno stesso dell’intervento o al massimo il giorno dopo. Bisogna ricordare che l’artroscopia, nonostante richieda un solo giorno di degenza, è un intervento chirurgico a tutti gli effetti. Dopo l’intervento, quindi, non si è in grado di guidare autoveicoli ed è opportuno organizzarsi preventivamente per il rientro a casa.

Quali sono gli accorgimenti post operatori?

Al momento della dimissione, sono prescritte al paziente delle medicine da assumere per via orale; è fondamentale avvertire il medico di eventuali allergie. Durante le prime 48 ore successive all’intervento, è possibile ridurre gonfiore e fastidio presso l’area trattata chirurgicamente, grazie all’applicazione di impacchi freddi. È importante ricordarsi di non assumere farmaci contenenti aspirina poiché potrebbero aumentare i sanguinamenti post operatori. Nei giorni immediatamente successivi all’operazione è prudente non bagnare le ferite. La ginnastica riabilitativa dell’arto operato è fondamentale per il recupero della sua funzionalità. Gli stessi chirurghi possono indicare degli specialisti in grado di elaborare un programma personalizzato di riabilitazione in funzione delle condizioni del paziente, della patologia e della tecnica operatoria. È bene tenere presente che servono varie settimane per ottenere una cicatrizzazione dei tessuti intra articolari, e alcuni mesi prima di raggiungere la definitiva riparazione. Pertanto, è raccomandato un uso dell’articolazione prudente e rispettoso delle indicazioni personalizzate fornite dal chirurgo o dai suoi collaboratori.

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Ernia /ernia/ Tue, 22 Dec 2020 14:30:19 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=433 L'articolo Ernia proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Ernia

Cosa sono e come si distinguono?

Le ernie causano la fuoriuscita, attraverso un canale anatomico, di un viscere dalla cavità che lo contiene. Le più comuni sono quelle che coinvolgono l’addome, con particolare riferimento all’inguine. Le ernie inguinali sono le più diffuse in assoluto, seguite da quelle femorali.
Vi sono poi le ernie da incisione e le ernie ombelicali. Un’ernia particolare è quella che si fa strada in corrispondenza di una cicatrice derivante da una ferita pregressa. In questo caso si parla di laparocele, ernia post-laparotomica o ernia da incisione (dall’inglese incisional hernia). Le ernie addominali (o esterne) si differenziano dalle erniazioni interne. Le ernie addominali, quindi, non sono altro che il risultato di un indebolimento delle pareti fasciali e muscolari, che in condizioni normali tengono i visceri nella loro sede naturale. In particolare, le ernie addominali sono dette esterne in quanto i visceri, penetrando tra le strutture della parete addominale, fuoriescono diventando evidenti.
I sintomi dell’ernia addominale variano in base alla sede e alla gravità del quadro clinico, ma nella maggior parte dei casi si può verificare:

  • totale asintomaticità (senza sintomi): è la forma di presentazione più frequente,
  • dolore: non necessariamente è sintomo di un’ernia complicata,
  • Irriducibilità che si manifesta con tumefazione persistente.

Attraverso il trattamento chirurgico, la percentuale di pazienti che guariscono è elevata, in altre parole si tratta di una malattia con ottima prognosi, tuttavia è necessario prestare attenzione alle complicanze che possono seriamente compromettere le condizioni cliniche generali tanto da richiedere un intervento in urgenza.

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Emorroidi /emorroidi/ Tue, 22 Dec 2020 14:29:15 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=429 L'articolo Emorroidi proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Emorroidi

Le emorroidi sono una formazione anatomica del canale anale, sono morbidi cuscinetti di tessuto che contribuiscono alla discriminazione del contenuto rettale, al mantenimento della continenza e all’evacuazione. In condizioni normali la loro presenza non viene avvertita, ma il loro gonfiore eccessivo genera fastidio e sintomi quali prolasso, dolore, bruciore, prurito o sanguinamento. Il termine emorroidi designa sia le strutture venose sia la disfunzione, più correttamente indicata come patologia o malattia emorroidaria.
A seconda della gravità del prolasso si identificano quattro stadi:

  • I stadio: emorroidi interne non prolassanti
  • II stadio: emorroidi prolassanti ma spontaneamente riducibili
  • III stadio: emorroidi prolassanti che richiedono la riduzione manuale
  • IV stadio: emorroidi costantemente prolassate

Che cosa sono le emorroidi?

La patologia emorroidaria è una disfunzione legata all’infiammazione delle vene emorroidali, le emorroidi, che scivolano all’esterno della loro sede naturale nell’ano per il cedimento della mucosa rettale. In alcuni casi si produce la formazione di un grumo di sangue (coagulo o trombo) che amplifica i sintomi dolorosi.
La disfunzione può interessare tanto le emorroidi interne che quelle esterne, situate intorno all’ano. Le emorroidi sono un disturbo comune. Si stima che circa la metà delle persone con più di 50 anni di età ha avuto, in maniera più o meno acuta, un problema di emorroidi.

 

Quali sono le cause delle emorroidi?

Le cause delle emorroidi sono molteplici (predisposizione familiare, stipsi cronica, sedentarietà, sforzi eccessivi, gravidanze, stazione eretta prolungata, etc).
Questi fattori provocano un cedimento delle strutture presenti nell’ano che comporta una flessione verso l’esterno delle emorroidi, esponendole a infiammazione, rigonfiamenti eccessivi, rottura e alla frizione dello sforzo durante la defecazione.

 

Quali sono i sintomi delle emorroidi?

I sintomi della patologia emorroidaria sono:

  • dolore, in particolare durante la defecazione o mentre si è seduti
  • piccole perdite di sangue, che solitamente si osservano dopo la defecazione e sono dovute a rotture dei vasi sanguigni
  • prurito e forte disagio
  • sensazioni di gonfiore o di corpo estraneo nell’ano
  • in qualche caso, una perdita anomala di feci
  • presenza al tatto di corpi morbidi esterni all’ano

Le complicazioni delle emorroidi sono rare e si verificano quando la disfunzione è prolungata. La perdita di sangue può causare carenza di ferro (anemia) oppure danni gravi ai tessuti. Se l’emorroide è strozzata il tessuto epiteliale può subire una forma di cancrena.

 

 

Come prevenire le emorroidi?

Per allontanare il rischio di emorroidi è bene osservare uno stile di vita sano che comprenda:

  • una moderata attività fisica
  • una dieta ricca di fibre
  • l’assunzione di liquidi
  • è opportuno bere almeno due litri di acqua al giorno, evitando gli alcolici

Se si è sofferto di emorroidi è bene cercare di mantenere la zona sempre pulita, cercando di evitare il ricorso a prodotti troppo aggressivi. È bene evitare di forzare troppo la defecazione. In situazioni di difficoltà è meglio ricorrere all’uso di lassativi riferendone l’esigenza al medico.
È inoltre opportuno evitare la sedentarietà, alternando, durante il lavoro o il riposo domestico, periodi in cui si è seduti a brevi passeggiate.

 

Diagnosi

La sintomatologia emorroidaria può essere molto fastidiosa ma eccezionalmente comporta un effettivo rischio per la salute. È fondamentale tuttavia escludere che i disturbi derivino da altre patologie e in particolare da un tumore del colon-retto. Per questo motivo, i pazienti di età superiore a 40 anni che presentano un sanguinamento ano-rettale o altri fattori di rischio vengono sottoposti a una colonscopia.
La diagnosi di emorroidi avviene mediante una visita dello specialista colon-proctologo. Solitamente, il medico ispeziona la zona rettale per esaminare le caratteristiche del prolasso. La visita può essere condotta anche con l’uso di strumenti che facilitano l’osservazione come anoscopio, proctoscopio o sigmoidoscopio.

 

Trattamenti

Il trattamento della patologia emorroidaria dipende dalla durata e dall’intensità del disagio. Nella maggioranza dei casi, infatti, le emorroidi tendono a guarire da sole dopo un certo periodo. Talvolta è sufficiente modificare la dieta, con l’introduzione di fibre, vegetali e liquidi.
I trattamenti variano anche in base agli stadi di classificazione:

  • per il primo e secondo stadio è generalmente sufficiente un trattamento medico basato su norme igienico-dietetiche (dieta ricca di scorie, regolare attività fisica) e sull’impiego di alcuni farmaci, soprattutto ad azione locale.
  • nel secondo stadio, se non migliora con il trattamento conservativo, possono essere adottate tecniche non chirurgiche quali la legatura elastica e le iniezioni sclerosanti, procedure eseguibili ambulatorialmente senza anestesia ma la cui efficacia è in genere parziale e transitoria
  • l’intervento chirurgico viene solitamente consigliato per le emorroidi di III e IV grado

L’intervento di emorroidectomia tradizionale prevede l’asportazione delle emorroidi, legando le vene all’interno del canale anale con fili di sutura riassorbibili. L’alternativa più efficace è emorroidectomia tradizionale. Il principio su cui si basa l’intervento è quello di riposizionare le emorroidi all’interno del canale anale accorciando il rivestimento mucoso interno del retto.

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Fistola Sacroccigea /fistola-sacroccigea/ Tue, 22 Dec 2020 14:28:33 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=425 L'articolo Fistola Sacroccigea proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Fistola Sacroccigea

Che cos’è una fistola sacro-coccigea?

Una fistola sacro-coccigea (o cisti pilonidale) è una sacca anomala nella pelle che spesso contiene capelli e detriti cutanei. Si formano più comunemente nelle natiche, spesso nella parte superiore vicino al coccige dove i glutei si separano. Se ne possono formare più di una e, di solito, sono collegate tra di loro tramite piccoli tunnel sottocutanei. In caso di infezione si riempiono di pus. Sono più comunemente associate agli uomini, all’obesità e alle persone che trascorrono molto tempo sedute.

 

Quali sono i sintomi?

Tra i sintomi di una cisti pilonidale vi sono:

  • Arrossamento della pelle
  • Dolore alla base della colonna vertebrale
  • Pus o sangue dalla zona colpita
  • Potrebbe comparire febbre in caso di infezione grave

Una cisti pilonidale ha dimensioni variabili e può apparire come una piccola fossetta oppure può coprire un’area più ampia.

Diagnosi della fistola sacro-coccigea

La diagnosi può essere raggiunta tramite un esame obiettivo. Talvolta può essere indicato sottoporsi ad analisi del sangue e a un esame ecografico.

 

Quali sono le cause della fistola sacro-coccigea?

La causa esatta delle cisti pilonidali non è nota, ma l’opinione generale è che si verifichi quando un pelo sciolto buca la pelle oppure quando un follicolo pilifero si rompe e un pelo spezzato spinge attraverso la pelle. Questo si può in seguito infettare e provocare la formazione di un ascesso. Anche l’attrito può contribuire alla loro formazione, per esempio quando si indossano abiti stretti o si sta seduti per molto tempo.
Esistono inoltre una serie di fattori di rischio che possono rendere una persona maggiormente predisposta allo sviluppo di cisti pilonidali:

  • Obesità: avere un indice di massa corporea (IMC) pari o superiore a 30
  • Età: sono più comuni nelle persone più giovani
  • Sesso: i maschi hanno maggiori probabilità di soffrirne
  • Stile di vita sedentario
  • Stare seduti per molto tempo: per esempio, i camionisti sono particolarmente suscettibili allo sviluppo di cisti pilonidali.
  • Capelli secchi, ruvidi o ricci

 

Si può prevenire?

Per evitare lo sviluppo di cisti pilonidali si raccomanda di:

  • Perdere peso, se necessario
  • Evitare di stare seduti per molto tempo
  • Mantenere l’area pulita
  • Trattamenti per la fistola sacro-coccigea

Il trattamento della cisti pilonidale infetta normalmente comporta il drenaggio della cisti. L’operazione per aprire l’ascesso e drenare il pus può essere eseguita in anestesia generale.
In caso si ripresenti, l’infezione può essere controllata utilizzando antibiotici. Tra le operazioni alternative vi è una procedura, nota con il nome di escissione ampia, che consiste nel tagliare la porzione di pelle contenente la cisti.
Un altro trattamento alternativo consiste nell’escissione e nella chiusura primaria, che comporta che la porzione di pelle interessata venga tagliata e la ferita chiusa con dei punti di sutura.

 

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Ragade Anale /ragade-anale/ Tue, 22 Dec 2020 14:27:42 +0000 https://clinicavillasanfrancesco.com/?p=421 L'articolo Ragade Anale proviene da VILLA SAN FRANCESCO SRL.

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Ragade Anale

CHE COS’È LA RAGADE ANALE?

La ragade anale è una ulcerazione localizzata prevalentemente sulla linea mediana posteriore dell’ano, la cui presenza causa spesso violenti dolori con contrattura e spasmo dello sfintere anale. L’incidenza della ragade è uguale sia nell’uomo che nella donna.

 

QUALI SONO LE CAUSE?

La comparsa di una ragade può verificarsi anche in tempi molto brevi: spesso è successiva a episodi di diarrea o di stitichezza che possono provocare una piccola lacerazione della mucosa a cui consegue un ipertono dello sfintere anale. Ne consegue pertanto un circolo vizioso: il dolore provocato al momento della defecazione, e il conseguente spasmo dello sfintere anale, determinano una stitichezza secondaria che peggiora ulteriormente i dolori al momento dell’espulsione delle feci.

 

QUALI SONO I SINTOMI DELLA RAGADE ANALE?

Sintomo caratteristico della ragade anale è il dolore che compare durante e dopo la defecazione, e che dura varie ore durante la giornata: spesso il dolore è molto violento, difficilmente sedabile con le comuni creme anestetiche locali. Occasionalmente, alla fine della defecazione, può presentarsi modesta perdita di sangue rosso vivo, sia sulla carta igienica che gocciolante sul water.

 

COME SI EFFETTUA LA DIAGNOSI?

Il dolore post defecatorio che perdura varie ore dopo la defecazione è la caratteristica specifica della ragade anale: l’ispezione della regione anale può evidenziare immediatamente l’ulcerazione, estremamente dolente alla semplice compressione. L’esplorazione rettale, nonostante l’applicazione di creme anestetiche, è spesso impossibile per l’intenso dolore, non tollerabile dal paziente.

 

QUAL È IL TRATTAMENTO PER LA RAGADE ANALE?

LA TERAPIA MEDICA

In circa il 30% dei casi la ragade può guarire con un trattamento locale a base di creme anestetiche applicare varie volte nella giornata, soprattutto prima della defecazione, per attenuare lo spasmo dello sfintere anale. Inoltre nei casi di stitichezza, possono essere utili blandi lassativi, o farmaci che aumentano e fluidificano la massa fecale, per rendere più facile la defecazione.
Alcune creme anestetiche, che contengono nitroglicerina, farmaco utilizzato anche negli attacchi di angina pectoris, possono dare buoni risultati, ma la comparsa di mal di testa che spesso ne consegue, tende a limitarne l’utilizzo. È stata utilizzata anche l’iniezione diretta della tossina botulinica per rilassare lo sfintere anale, ma i costi, esclusivamente a carico del paziente, e la necessità di dovere ripetere le iniezioni, hanno pure ridotto l’utilizzo di questa sostanza. Un’altra metodica alternativa, non chirurgica, prevede l’utilizzo di dilatatori anali, per ridurre lo spasmo dello sfintere: questi dilatatori, di diametro progressivo e umettati di crema anestetica vengono applicati direttamente dal paziente. Gli svantaggi legati a questa metodica sono soprattutto i tempi richiesti per il trattamento, superiori ai 30 giorni e il dolore che spesso questo può essere provocato, per cui la metodica viene abbandonata dal paziente.

 

L’INTERVENTO CHIRURGICO

Quando tutte queste possibilità terapeutiche non hanno dato i risultati richiesti, l’unica alternativa è quella chirurgica. In alcuni casi il dolore provocato dalla ragade è così violento che il paziente richiede di essere operato con urgenza. Attualmente la procedura chirurgica di scelta è la Sfinterotomia Laterale Interna, sia per la semplicità dell’esecuzione che per la percentuale di successo, oltre il 95%. L’intervento può essere effettuato in anestesia generale, ma più frequentemente in anestesia locoregionale spinale, come quella che viene utilizzata per ridurre il dolore nel parto. L’intervento eseguito in Day Surgery, consiste nella sezione dello sfintere anale interno, che riduce lo spasmo dello sfintere e determina la scomparsa quasi immediata del dolore. Con questa metodica, in un numero molto modesto di pazienti, si può verificare una parziale incontinenza, che può andare da una modesta incapacità a controllare i gas, alla minima perdita di feci: questa parziale incontinenza può verificarsi nei giorni immediatamente successivi all’intervento chirurgico e si risolve in circa una settimana. La scomparsa del dolore della ragade compensa questo piccolo inconveniente, che è per altro raro nel suo verificarsi. Il dolore conseguente all’intervento chirurgico è trattabile con i comuni farmaci analgesici ed il paziente può riprendere la sua attività lavorativa dopo alcuni giorni o una settimana.

 

È POSSIBILE PREVENIRE LA RAGADE ANALE?

Non è possibile prevenire la ragade. Sicuramente un alvo normale e non stitico, potrebbe essere un fattore che limita l’insorgenza della ragade. Per fortuna non ztutti i paziente stitici rischiano l’insorgenza di una ragade, e pertanto è molto difficile stabilire delle regole o delle precauzioni per impedire che si verifichi una ragade.

 

CI SONO COMPLICANZE ASSOCIATE ALLA RAGADE ANALE?

Non esiste nessuna complicanza associata alla ragade anale, se non un banale sanguinamento. Ma la ragade anale può diventare, progressivamente così dolorosa, che nessun farmaco la può alleviare. Alla fine quando tutti i tentativi farmacologici non hanno dato i risultati desiderati, l’unica soluzione è la terapia chirurgica, che allevia il grande dolore provocato dalla ragade.

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